Dalle fonti storico-mitologiche alla cultura pop: i casi di Vikings e Ragnarök

Sabato 30 aprile al Teatro Franco Parenti di Milano, l’Istituto Culturale Nordico è tornato a parlare di vichinghi antichi e moderni in occasione del festival “I Boreali”.

L’intervento, intitolato “Dalle fonti storico-mitologiche alla cultura pop: i casi di Vikings e Ragnarök” si è sviluppato sottoforma di dialogo tra la Dr.ssa Luisella Sari e la Dr.ssa Anna Brännström, le quali hanno presentato alcuni aspetti di una nuova forma di comunicazione e scambio tra il mondo dell’intrattenimento e quello della cultura accademica attraverso l’esempio di due recenti produzioni televisive di grande successo: Vikings e Ragnarök.

Chi crede che vichinghi e mitologia nordica siano temi polverosi e legati solo al passato si sbaglia notevolmente!

Da molto tempo ormai si registra un ritorno di interesse da parte del grande pubblico nei confronti di questi argomenti, che dettano perfino moda in materia di hair styling e art tattoo.

festival i boreali
vichinghi antichi e moderni
Parte di questa notorietà si deve sicuramente al successo di serie televisive, come “Vikings” e lo spin-off “Vikings: Valhalla”, ma accanto a queste produzioni di impostazione storica, o per lo meno con un’impronta di truth claim, si collocano prodotti quali la climate fiction per teenager “Ragnarök” o l’intento intellettuale di ritorno ad un folk norvegese carico di simbolismo mitologico dei Wardruna.
Wardruna letteralmente significa “Custode dei Segreti”, perché l’etimologia ci dice che la parola “runa”, nota a tutte le lingue germaniche, inizialmente non indicava la lettera della sequenza alfabetica runica, bensì il “mistero” inteso come un segreto trasmesso oralmente da iniziato ad iniziato. In questo senso è perfino utilizzata nelle iscrizioni più antiche e i Wardruna si propongono proprio di ritornare ad essere custodi di tali segreti e al contempo di perpetuarne la memoria attraverso la musica e i testi, dagli accenti talvolta sciamanici. I titoli degli album di maggior successo evocano questo mondo arcano in un crescendo emotivo. Si passa dall’Abisso primordiale che precede la creazione del mondo (Gap var Ginnunga – 2009) per muoversi lungo il Frassino Cosmico (Yggdrasil – 2013) culminando nello scontro finale tra dèi e Giganti, ordine e caos (Ragnarök – 2016).
Alcune delle loro tracce sono state utilizzate anche nelle puntate di Vikings, la cui fama cresceva in parallelo a quella del gruppo musicale, ma non è opera loro la celebre sigla, If I had a Heart, che è un singolo dei Fever Ray risalente al 2008 e utilizzato perfino nella stagione 04 di Breaking Bad! Ciò che ha indissolubilmente legato questa melodia ai vichinghi è il susseguirsi di immagini sapientemente scelte dalla produzione per introdurre le puntate: un mare in tempesta, drakkar in balia delle onde e la telecamera che improvvisamente si sposta sotto l’acqua, osservando gli scafi dal basso verso l’alto, dall’abisso verso la superficie, mentre i corpi dei vichinghi sprofondano nell’oscurità insieme alle loro armi e ai tesori di cui erano cariche le navi. Delle figure femminili si avvicinano ai caduti: non sono valchirie, ma figlie di Rán dea del mare.
Vikings (6 stagioni – 2013 /2021) ha avuto il merito di rendere familiari al grande pubblico momenti e nomi della storia scandinava antica, a partire dal protagonista Ragnar Lothbrok, che fino a pochi anni fa era noto solo agli specialisti (e ai lettori della omonima Saga), mentre lo scorso mese dominava sui social in post di ogni genere nella giornata ufficialmente dedicata a lui, il 28 marzo.
Ma chi conosce la gente in realtà: Ragnar o il Ragnar di Travis Fimmel? La domanda è lecita e la confusione nasce dalla necessità di dover concentrare in una serie “limitata” ad alcune stagioni e a un numero determinato di puntate il racconto di secoli di Storia. Ecco allora che per dovere di copione Ragnar e il fratello Rollo attaccano Lindisfarne nel 793 e poi il secondo diventerà duca di Normandia… teoricamente nel 911 se ispirato a Hrólf poi noto come Rollone.
Lo spettatore può scegliere di ignorare questi aspetti e godersi semplicemente un racconto epico fatto di scenari meravigliosi e colpi di scena oppure può provare a risalire alle Fonti utilizzate dalla produzione cercando di comprendere il filtro che è stato applicato. Justin Pollard è il consulente che ha affiancato Michael Hirst, lo sceneggiatore, nella realizzazione della Serie. La sua prima formazione è accademica e archeologica, con esperienza diretta nei cantieri di scavo, ma ha saputo adattare le proprie competenze per metterle a sostegno della produzione di film e sceneggiati a tema storico. Il suo tocco è il punto di arrivo di un nuovo modo di comunicare tra gli accademici e il mondo dell’intrattenimento.
Lo si vede benissimo, per esempio, nella S1E8 in cui viene descritto il pellegrinaggio di Ragnar e della sua famiglia al tempio di Uppsala in occasione delle grandi celebrazioni pagane. La fonte è sostanzialmente una: il racconto di Adamo di Brema, ecclesiastico del secolo XI responsabile della diocesi di Amburgo – Brema che comprendeva la Scandinavia. Dove l’erudito parla di un tempio in legno ricoperto d’oro nelle vicinanze di Uppsala, Vikings propone una struttura ispirata alla chiesa di Borgund con il tetto dorato: può avere una logica se pensiamo che dell’architettura vichinga non è rimasto nulla, ma le chiese medievali norvegesi, specie le più antiche, possono ipotizzarsi realizzate in continuità culturale con l’epoca precedente. Ancora: Ragnar e i suoi attraversano un bosco sacro, ai rami dei cui alberi sono appese preghiere e offerte, e osservano dei recinti, alcuni con degli animali e uno vuoto. Adamo conferma, citando un testimone oculare, che nel bosco venivano appesi i corpi degli animali e degli uomini sacrificati durante i rituali. Se poi Vikings si prende delle libertà nel rendere l’abbigliamento o il trucco dei sacerdoti incaricati di condurre i riti, tutto sommato dobbiamo ricordare che siamo di fronte ad uno spettacolo, non ad un documentario e che è lecito pensare che dove le Fonti non dicono nulla… la fantasia degli sceneggiatori colmi i vuoti sorprendendo gli spettatori.
Il ricorso alle Fonti serve più che altro per ricreare un contesto e dare al tutto un alone di veridicità. L’archeologia fornisce gli spunti per la resa della cultura materiale quotidiana, fatta per esempio di donne al telaio e utensili da cucina, ma anche di gioielli e luoghi di ritrovo dell’Assemblea; la linguistica storica viene interpellata per creare delle brevi sezioni nelle lingue ritenute originarie, nonostante la Produzione sia in inglese, non per un interesse filologico, ma per consentire allo spettatore di collocare immediatamente il personaggio all’interno di un determinato gruppo (i norreni, gli inglesi, i franchi, gli arabi…). In Vikings Valhalla l’espediente utilizzato sarà far parlare tutti in inglese, ma con accenti diversi.
Tutte queste premesse unite ad una trama avvincente e dai tratti epici, a scenari mozzafiato, ad un cast preparato e ad un sistema di hair / make up styling che ha vinto tutti i premi possibili nel settore fanno di Vikings l’oggetto di un successo planetario.
Contemporaneamente, senza ambire a raggiungere lo stesso livello anche perché si tratta di un prodotto molto diverso, un’altra serie TV sta contribuendo a rendere familiari miti, dèi e giganti: Ragnarök, una climate fiction danese-norvegese destinata ai teenager.
Tutto si svolge ai giorni nostri in una cittadina affacciata su un fiordo meraviglioso: Edda. Esiste nella realtà e si chiama Odda, ma il nome Edda serve subito a rimandarci al contesto mitologico poiché all’Edda Poetica e dall’Edda in Prosa bisogna attingere per conoscere sostanzialmente tutto quello che sappiamo della religione dei vichinghi. I protagonisti sono i liceali locali, tra cui spiccano Magne ed il fratello Laurits da un lato e Saxa e Fjor, rampolli della potente famiglia Jutul, dall’altro. Le Jutul Industries dominano la vita economica di Edda e il capofamiglia Vidar, con la moglie Ran, sono figure influenti negli ambienti politici e sociali. Edda però sta morendo, uccisa dall’inquinamento causato dal polo industriale e solo i ragazzi sembrano rendersene conto, con un richiamo non troppo sottile all’attivismo delle nuove generazioni capeggiate da figure quali la svedese Greta Thunberg. La situazione però è più grave di quanto possa sembrare, poiché la catastrofe ecologica altro non è se non il preludio al Ragnarok perché gli Jutul sono i Giganti sopravvissuti ad un primo antico scontro con gli dèi e solo Thor, i cui poteri si risvegliano in Magne dopo il tocco della Veggente celata nei panni della cassiera del supermercato, li potrà affrontare con l’ausilio delle altre divinità che poco a poco si risveglieranno negli amici che lo aiutano in questa impresa.
Non è solo fiction, è un ritorno alle fonti più sottile di quanto si possa immaginare. Nel mito il Ragnarök è preceduto da un inverno micidiale, Fimbulvetr, che blocca la terra per anni in un gelo straordinario. Sole e luna saranno inghiottiti dai lupi cosmici. Tutto sarà disordine, violenza, caos e battaglia, fino allo scontro finale in cui Odino stesso perderà la vita. Eppure dopo questo scontro sorgerà una nuova era, in cui gli dèi sopravvissuti ripartiranno dalle antiche rune per ricostruire tutto.
Come si spiega l’origine di questo mito, che è noto da fonti medievali, ma sicuramente deve avere avuto una tradizione orale antica, durata centinaia di anni e quasi certamente nota in epoca vichinga?

Oggi gli scienziati sanno con certezza che nel VI secolo, nella decade tra il 536 e il 547, delle eruzioni vulcaniche dalla violenza quasi inimmaginabile hanno scosso la Terra nella zona dei Tropici e dell’America Latina. Le conseguenze però si sono sentite per anni in tutto l’emisfero settentrionale. Cenere e detriti si sono accumulati nell’atmosfera creando una sorta di cortina, dust veil, che ha oscurato la terra per un periodo stimato di 8 anni. Le temperature subirono un brusco calo. Il sole non era più in grado di alimentare le culture e così i campi coltivati furono abbandonati. Pesci e mammiferi che vivevano in mare morirono per la pioggia acida. Interi villaggi furono abbandonati e si stima che la carestia che ne derivò falciò la popolazione dell’Europa di circa il 50%.

Probabilmente due secoli dopo perfino i territori che più avevano sofferto riuscirono a tornare a prosperare, ma di certo l’eco di questi eventi non era stata dimenticata andando a costituire il nucleo di leggende e miti.
Ecco allora che nel 2016 un team di esperti capeggiato dal prof. Henrik Williams di Uppsala, tenendo conto di tutti questi elementi, ha proposto una rilettura dell’iscrizione di Rök, una pietra runica del IX secolo della regione di Östergotland, nel cuore della Svezia. Si tratta della più lunga iscrizione di epoca vichinga, con un testo complesso epigraficamente per l’utilizzo in sostanza di tutte le varianti runiche note e fino ad oggi ritenuto quasi impossibile da decifrare nel contenuto in cui si vedeva un rimando alla figura del re Teoderico. La nuova lettura propone un’introduzione con la classica formula di memoria del defunto, in questo caso un padre che commissiona il monumento per il figlio, con a seguire un complesso alternarsi di domande e risposte, alla maniera dei carmi sapienziali eddici, in cui potrebbero esserci dei riferimenti agli eventi climatici del VI secolo all’origine del mito del Ragnarök.

Una proposta affascinante, che farà parlare di sé a lungo e che contribuisce a farci comprendere quanto la Storia non sia un susseguirsi di momenti isolati, ma un percorso continuativo dell’Umanità, in cui quello che è oggi deriva da ciò che è stato ieri e già pone le basi per il domani.

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